GENITORI NELLA SCUOLA DELL’AUTONOMIA
Francesco Vezzaro, genitore, presidente del Comitato Genitori Scuola Media
Una scuola nuova: non solo per il punto di vista (non più studenti ma genitori) che dobbiamo adottare, ma perché è la scuola in sé che sta affrontando un processo di evoluzione particolarmente serrato, che tenta di recuperare anni di immobilità e di insensibilità, almeno nell’impianto strutturale-normativo. E se qualcosa di questa evoluzione abbiamo già visto, c’è da ritenere che quello che ci aspetta sia un mutamento ancora più profondo e complessivo, fino al ridisegno completo dei cicli di istruzione.
Dal punto di vista dei genitori e della loro “presenza” nella scuola questa evoluzione ci riguarda in un modo nuovo, più fattivo, più cooperativo, più responsabile. Nella complessità dell’evoluzione in atto, può essere interessante fermare l’attenzione su tre elementi chiave: autonomia, qualità e contratto formativo, che riguardano, in modo diretto o indiretto, la presenza dei genitori nella scuola.
L’Autonomia è probabilmente il concetto più pervasivo e generale che sta alla base di quanto è in atto nella scuola oggi e quindi vuol dire moltissime cose, si articola in innumerevoli sfaccettature, ma dall’angolo visuale specifico dei genitori vuol dire anche parlare di partecipazione da una nuova prospettiva.
Partecipazione è una parola “vecchia”, nella scuola presente fin dai tempi dei decreti delegati e oggi forse nemmeno più “di moda”. I decreti delegati, parliamo dunque del 1974, avevano accolto alcuni suggerimenti legati essenzialmente a quanto il ’68 aveva significato nella scuola ed in buona sostanza avevano cercato di codificare l’ingresso degli studenti e delle famiglie nella scuola con ruoli di verifica e di controllo rispetto ad un mondo che era sempre rimasto in posizione di assoluta autoreferenzialità. Per chi, come me, in quegli anni era studente, i decreti delegati potevano essere un tentativo di “mettere le briglie” al movimento degli studenti nella scuola. Si trattava in ogni caso di un intervento “a posteriori”, operato sul dato di fatto nuovo della scuola.
L’innovazione che si può ravvisare nel progetto dell’Autonomia è che adesso, come genitori, non abbiamo più soltanto, o non avremo più soltanto, un ruolo “a posteriori”, di verifica, di controllo, ma se sapremo intervenire con tempestività conservando la specificità della nostra presenza, avremo un ruolo “a priori”, di controllo nel senso che questa parola ha nella lingua inglese, di orientamento, di indirizzo rispetto alla definizione del Piano dell’Offerta Formativa.
A priori vuol dire intervento progettuale, vuol dire avere la possibilità ma anche la capacità di dare delle indicazioni prima che il Piano dell’offerta formativa sia elaborato, avere la possibilità che questo intervento venga recepito in sede di progettazione complessiva dei percorsi scolastici. È evidente che non saremo noi genitori, e non dobbiamo essere noi, a definire gli aspetti tecnici e le modalità di realizzazione dei percorsi scolastici progettati: i genitori devono continuare a fare i genitori nella specificità e nella insostituibilità delle loro mansioni e dei loro contributi, e su questo va fatta chiarezza perché il nostro comportamento da questo punto di vista non sempre è stato coerente. Basta osservare il livello del nostro intervento nei diversi ordini di scuola, massiccio alla scuola elementare, dove tutti pensiamo di poter entrare nel merito dei dettagli organizzativi degli apprendimenti (“a dicembre non sa ancora leggere”, “ma quando imparerà il corsivo?”, “ai nostri tempi le tabelline le sapevamo già”); è un po’ più ridotto alla scuola media dove invece qualcuno di noi comincia già ad avere delle difficoltà a seguire i propri figli; è quasi completamente assente alla scuola superiore. Invece, pur nella diversità dell’approccio e nel rispetto della progressiva autonomia dei figli, il nostro intervento come genitori deve conservare un segno di linearità e di coerenza, se è vero che deve accompagnare i figli per tutta la vita e non soltanto quando sono piccoli e ne sanno meno di noi, lasciando a coloro che tecnicamente si devono occupare di queste cose, la possibilità di farlo nella massima libertà e con la necessaria professionalità.
Qualità è una parola oggi forse abusata, che sembra informare l’evoluzione in particolare del mondo produttivo ma non è una novità per la scuola: siamo ormai giunti al terzo protocollo d’intesa tra Ministero della Pubblica Istruzione e Confindustria e dal ’90 ad oggi è via via entrato nel mondo della scuola, oltre al concetto di qualità, anche un modo di pensare, un linguaggio che fanno riferimento al mondo dell’impresa, alla gestione aziendale. In particolare si parla, anche per la scuola, di cliente e di soddisfazione del cliente, importando in modo probabilmente un po’ forzoso e brutale una visione che in qualche modo può stare stretta alla scuola. Per evitare operazioni semplicistiche è senz’altro necessario anzitutto definire chi siano i “clienti” della scuola, porre il problema di come si possa definire la qualità di un prodotto-servizio così complesso nella valutazione e quali strumenti siano utilizzabili per una sua misurazione attendibile.
Clienti della scuola sono certamente gli studenti, sui quali viene “caricato” il prodotto-scuola e che in qualche modo ne costituiscono l’esito, ma clienti sono i genitori, che giustamente pretendono la qualità del prodotto; clienti sono i docenti, anche dal punto di vista della qualità dell’ambiente di lavoro in senso lato; cliente è infine lo Stato che ha il problema di creare dei livelli formativi omogenei, equivalenti o comunque confrontabili su tutto il territorio nazionale.
Il prodotto-servizio scuola ha poi caratteristiche di variabilità, di dinamicità, di tempo di produzione, di durata tali da rendere problematico l’utilizzo di indicatori semplicemente economici o di mercato in una analisi di qualità. In questo senso il problema della misura della qualità del servizio è cruciale e va posto in primo piano, partendo dal concetto che la complessità del processo esige non semplicemente un indicatore prevalente di qualità, grazie al quale sia relativamente semplice prendere delle decisioni, ma piuttosto un sistema di indicatori integrati, la cui gestione risulterà probabilmente a sua volta complessa, che sia in grado di garantire l’aderenza del modello alla descrizione del processo. In questo senso la semplificazione rischia di produrre modelli di facile utilizzo ma di scarsa predittività per un prodotto così poco convenzionale. Se a volte nel mondo aziendale la rapidità nel prendere decisioni anche a costo di ridurre la completezza di analisi può essere elemento di sviluppo del prodotto, nel mondo della scuola dobbiamo considerare che il prodotto di cui parliamo, in definitiva i nostri figli, non ha la deperibilità e l’obsolescenza tipiche dei prodotti del mercato tradizionale. Il nostro “mercato” dura una vita e nel momento in cui abbiamo deciso di avere un figlio abbiamo anche accettato di accompagnarlo con ruoli che si modificano nel tempo ma che non cessano mai, per cui un errore di impostazione potrebbe essere quanto mai difficile da rimediare. Da questo punto di vista la facilità della misura è una tentazione da evitare, se si tiene conto che comunque ogni processo di misura altera in qualche modo la grandezza oggetto della misura.
Il Contratto formativo: qui la novità forse sta proprio nella esplicitazione di un patto in origine tacito, che tende a far sì che tutte le componenti della scuola e dei processi che in essa si svolgono assumano in modo cosciente e dichiarato le responsabilità relative al ruolo che ricoprono in tali processi, primo fra tutti il processo di formazione dei giovani.
Il contratto è per definizione un patto esplicito e bidirezionale, sia nelle richieste che nelle aspettative. I genitori in particolare si assumono delle responsabilità per e con i loro figli in ordine al completamento del processo formativo previsto e questo è già di per sé scuola di democrazia e di lealtà: non si tratta semplicemente del completamento dell’evasione dell’obbligo scolastico ma di un progetto comune di evoluzione delle proprie competenze ai fini di un più favorevole inserimento nel contesto sociale, non solo dal punto di vista economico.
La bidirezionalità è elemento qualificante ed irrinunciabile per sostanziare il contratto: dobbiamo cioè metterci in un’ottica che preveda che anche la scuola ci chieda delle cose, anzi che il contratto ha davvero senso se e solo anche la scuola ci chiederà delle cose. In altre parole così come possiamo pretendere dei livelli formativi di qualità dobbiamo parimenti essere disposti a “pagare” il non rispetto del contratto, come responsabilità sociale, per noi e per i nostri figli.
Un ultimo accento riguarda la delega che spesso, come genitori, attribuiamo alla scuola nei confronti del processo educativo nel suo complesso. Per semplificare direi che la scuola può assumere in forma compiuta (anche se non esclusiva) solo la delega della trasmissione del sapere, ma non può accettare altre deleghe che riguardino la complessità e l’articolazione del processo formativo ed educativo al quale sono chiamati altri “agenti”, primo fra tutti la famiglia come elemento di partenza e in qualche modo di omogeneizzazione degli stimoli di crescita.
Da un lato dunque la scuola non può essere unica depositaria e responsabile della formazione dello studente semplicemente perché non è l’unica realtà che lo studente vive; dall’altro la scuola non può essere la risposta universale a problemi che hanno natura esterna. Anche i fenomeni di disagio/disaffezione alla scuola o di scarsa motivazione/coinvolgimento dello studente nel proprio processo formativo vanno affrontati nel terreno in cui nascono e non semplicemente in quello in cui si manifestano: da questo punto di vista solo strategie di cooperazione tra scuola, famiglia e società possono dare ragionevoli aspettative di superamento di questo ordine di problemi.
La presenza multipla e contemporanea di tutte le componenti citate, lasciando alla formazione la sua caratteristica di sistema complesso di interazioni, consente al processo educativo di acquisire quegli elementi che concorrono a fare dei nostri figli le donne e gli uomini, i cittadini, i lavoratori della società che sapremo lasciar loro in eredità. È proprio questo il senso della nostra partecipazione al processo formativo nell’Autonomia scolastica.