Pieno di queste idee, si ritirò in una casa di campagna in riva all' Eufrate. Là non si curava di calcolare quanti pollici d' acqua al secondo scorrono sotto le arcate di un ponte, o se nel mese del sorcio cade un millimetro cubo di pioggia di più che nel mese del montone. Non gli veniva proprio in mente di fare la seta con le tele del ragno, né la porcellana con le bottiglie rotte; ma studiò soprattutto le proprietà degli animali e delle piante e acquistò ben presto una perspicacia tale che gli permetteva di scoprire mille differenze là dove gli altri uomini non vedono che uniformità.
Un giorno, mentre passeggiava presso un boschetto, vide correre presso
di sé un eunuco della regina, seguito da parecchi ufficiali che
sembravano in preda ad una grande agitazione e che correvano qua e là
come uomini smarriti che cerchino qualcosa di inestimabile pregio.
"Giovanotto," gli disse il primo eunuco, "non avete per caso visto
il cane della regina?"
Zadig modestamente rispose:
"Si tratta di una cagna e non di un cane."
"Avete ragione," ammise il primo eunuco.
"E’ una cagnetta spagnuola," aggiunse Zadig, "ha partorito da poco,
zoppica con la zampa sinistra anteriore ed ha le orecchie molto lunghe."
"L’avete dunque vista," disse trafelato il primo eunuco.
"No," rispose Zadig, "non l’ho mai vista, e non ho mai saputo che la
regina avesse una cagna."
Proprio nello stesso tempo, per una delle solite bizzarrie del caso,
il più bel cavallo della scuderia del re era fuggito dalle mani
di un palafreniere nelle pianure di Babilonia. Il gran cacciatore e tutti
gli altri ufficiali gli correvano dietro con inquietudine pari a quella
del primo eunuco dietro la cagna. Il gran cacciatore si rivolse a Zadig
e gli domandò se avesse visto passare il cavallo del re.
"Si tratta," rispose Zadig, "di un cavallo che galoppa meglio di tutti
gli altri. E’ alto cinque piedi, con lo zoccolo piccolissimo; ha una coda
lunga tre piedi e mezzo; le borchie del morso sono d’oro a ventitré
carati, i ferri d’argento fino."
"Che strada ha preso? dov’è?" domandò il gran cacciatore.
"Io non l' ho affatto visto," rispose Zadig, " e nemmeno ne ho mai
sentito parlare."
Il gran cacciatore ed il primo eunuco non dubitarono un istante che Zadig avesse rubato il cavallo del re e la cagna della regina. Lo fecero condurre davanti all' assemblea del grande desterham che lo condannò al knut e a trascorrere il resto dei suoi giorni in Siberia. Il processo era appena terminato che furono ritrovati il cavallo e la cagna. I giudici si videro nella dolorosa necessità di modificare la loro sentenza. Ma condannarono Zadig a pagare quattrocento once d’oro per aver detto di non aver visto ciò che aveva visto.
Bisognò innanzi tutto pagare l’ammenda; dopo di che fu permesso
a Zadig di perorare la sua causa davanti al consiglio del grande desterham.
Egli parlò così:
"Stelle di giustizia, abissi di scienza, specchi di verità,
che avete la pesantezza del piombo, la durezza del ferro, lo splendore
del diamante e molte affinità con l’oro, dato che m’è permesso
di parlare davanti a questa augusta assemblea, vi giuro per Orosmand che
non ho mai visto la rispettabile cagna della regina, né il cavallo
sacro del re dei re. Ecco ciò che m’è capitato.
Passeggiavo verso il boschetto dove poi ho incontrato il venerabile eunuco e l’illustrissimo gran cacciatore. Ho visto sulla sabbia le impronte di un animale e ho facilmente compreso che erano quelle di un cagnolino. Alcuni solchi lievi e prolungati, impressi su piccole gibbosità di sabbia fra le tracce delle zampe, m' hanno fatto capire che si trattava di una cagna con le mammelle pendenti, e che pertanto doveva aver fatto dei piccoli da pochi giorni. Altre tracce in senso diverso, che sembravano aver costantemente rasato la superficie della sabbia accanto alle zampe anteriori, mi hanno messo in grado di sapere che aveva le orecchie molto lunghe; e poiché avevo notato che l’impronta di una zampa era sempre meno profonda di quella delle altre tre, ho compreso che la cagna della nostra augusta regina, era, se posso azzardarmi a dirlo, un po' zoppa.
Per ciò che riguarda poi il cavallo del re dei re debbo dirvi che, passeggiando per i sentieri di quel bosco, ho scorto i segni dei ferri di un cavallo; erano tutti ad eguale distanza l’uno dall’altro. Ecco un cavallo, ho pensato, che ha un galoppo perfetto. La polvere che era sugli alberi, in una stradetta che ha solo sette piedi di larghezza, era stata un po' tolta a destra e a sinistra a tre piedi e mezzo dalla linea centrale della strada. Questo cavallo, ho detto, ha una coda lunga tre piedi e mezzo che, coi suoi movimenti a destra e a sinistra, ha spazzato la polvere. Sotto gli alberi che formavano come un pergolato alto cinque piedi ho visto le foglie cadute di fresco: ho capito che il cavallo le aveva sfiorate, e che pertanto doveva avere cinque piedi di altezza. Quanto al morso, deve essere d’oro a ventitré carati perché il cavallo ha strofinato le sue borchie contro una pietra che ho riconosciuto essere una pietra di paragone, e di cui ho fatto l’esame. Infine dai segni che i ferri hanno lasciato su alcuni ciottoli di un’altra specie ho ricavato che era ferrato con argento fino."
Tutti i giudici ammirarono l’ingegno sottile e profondo di Zadig. La notizia giunse fino al re ed alla regina. Non si parlava che di Zadig nelle anticamere, nella camera e nel gabinetto; e per quanto più di un mago opinasse che si dovesse bruciarlo come stregone, il re ordinò che gli venisse restituita l’ammenda di quattrocento once d’oro alla quale era stato condannato. Il cancelliere, gli uscieri, i procuratori andarono a trovarlo in gran pompa per riportargli le sue quattrocento once; si limitarono a trattenergliene trecentonovantotto per le spese di giustizia; e i servitori chiesero poi i dovuti onorari.
Zadig vide quanto fosse talvolta pericoloso essere troppo saggi e si
ripromise alla prima occasione di guardarsi bene dal dire quello che aveva
visto.
L’occasione si presentò ben presto. Scappò un prigioniero
di stato; passò sotto le finestre di Zadig. Questo fu interrogato
e non rispose nulla; ma gli provarono che aveva guardato dalla finestra.
Per questo delitto fu condannato a cinquecento once d’oro e secondo il
costume in uso a Babilonia, ringraziò i giudici della loro indulgenza.
"Gran Dio," disse fra sé e sé, "c’è da compiangere
chi passeggia in un bosco dove sono passati la cagna della regina ed il
cavallo del re! Come è pericoloso mettersi alla finestra!
E come è difficile essere felici in questa vita!".