Cristo in trono
 
C.T.P.CITTADELLA PD
 
  
 
 
 
 

 
 
Problemi della moderna iconografia


“L’immagine rivela ciò che è nascosto”
(Giovanni Damasceno)


I problemi dell’iconografia ai nostri giorni sono strettamente legati alla Chiesa e alla coscienza religiosa dell’uomo d’oggi. Quest’ultima si differenzia non poco da quella che caratterizzava l’epoca in cui l’iconografia era in auge. Che vogliamo o no, noi trasferiamo inevitabilmente nella nostra vita spirituale tutti i tratti caratteristici della società contemporanea, vale a dire la secolarizzazione della coscienza ecclesiale, l’approccio meramente estetizzante all’arte, il razionalismo, la perdita dell’integra percezione del mondo come creazione divina e la perdita del linguaggio dell’icona. Tutti questi non sono problemi di ordine tecnico, bensì di ordine spirituale.

Quanto più ci addentriamo nel mondo dell’icona, tanto più distintamente comprendiamo che gli iconografi del passato guardavano all’icona con occhi diversi dai nostri e si relazionavano ad essa in un modo diverso da quello dell’uomo di oggi. La componente estetica non era dominante rispetto a quella etica, ma insieme a quest’ultima costituiva un tutt’uno integro. La bellezza nella concezione cristiana è una categoria ontologica, strettamente legata alla categoria dell’essere: un concetto che racchiude in sé quello di armonia, di perfezione di purezza e di bene. La cacciata dal paradiso è l’immagine di una bellezza perduta, il distacco dell’uomo dalla verità. Realtà che l’uomo ha perduta e che anela a riacquistare. La storia dell’umanità può essere quindi vista come un cammino, come una continua ricerca. In questo contesto l’uomo si sente partecipe della creazione divina. Dopo essere uscito dal giardino dell’Eden che simboleggia la sua condizione di purezza originaria prima della caduta, l’uomo torna nella città-giardino, la Gerusalemme celeste: “Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (Ap. 21, 2). E quest’ultima immagine è l’immagine della bellezza futura, di cui è stato detto: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (Cor. 1 2, 9). Ne consegue che esiste un’unica Bellezza autentica: Dio stesso, e che ogni bellezza terrena è una scala di immagini che richiamano e rimandano all’originale. Per gli antichi non poteva esistere la bellezza della distruzione, della violenza e dell’assurdo, ma esisteva unicamente la bellezza in Dio. Tutta la creazione di Dio sin dal principio era sublime: “E Dio vide che ciò era cosa buona”. Queste parole si ripetono sei volte nel libro della Genesi. Il compito dell’iconografo oggi quindi consiste nell’insegnare a recepire l’icona, non soltanto da un punto di vista estetico, ma anche nell’insegnare la contemplazione mediante la preghiera, poiché l’icona è sempre qualcosa in più rispetto a quello che essa rappresenta. Essa viene infatti realizzata nella preghiera e per la preghiera (la preghiera del cuore).

È indispensabile imparare a leggere la lingua dell’icona, affinché l’icona possa agire su di noi. Una chiave che ci aiuta a decodificare l’immagine dell’icona è la comprensione del ruolo che da quest’ultima ricopre nella Chiesa. L’immagine sacra, presente sin dalle origini della Chiesa, si è formata e sviluppata parallelamente alla liturgia e alla teologia. Non vi è dubbio che l’una cosa è complemento dell’altra e che liturgia, teologia e iconografia siano strettamente correlate fra loro. La parola, intesa come atto verbale, e la parola, intesa come atto visuale, costituiscono un tutt’uno ed hanno lo stesso significato di massima nella Chiesa e lo stesso significato concreto nella liturgia. Per questo non si può capire correttamente l’icona al di fuori della Chiesa, al di fuori del servizio liturgico. Essa è nata nella Chiesa, intesa come Corpo di Cristo; essa però è nata anche nella chiesa, intesa come edificio, come luogo di riunione dei fedeli. Il centro infatti della vita della Chiesa è l’Eucaristia, intorno al quale tutto ruota: la messa, la teologia, l’arte religiosa e l’architettura. La comprensione di questo fatto è determinante per la comprensione dell’icona. Pertanto ogni vera icona reca in sé l’idea eucaristica, la lettura eucaristica del soggetto che essa rappresenta. Fondamento della liturgia è la Parola di Dio. Nella liturgia ortodossa è come se vedessimo delle diverse “ipostasi” della Parola: la Parola che risuona ad alta voce (la lettura del Nuovo Testamento, le preghiere, l’omelia e il canto), La Parola visibile all’occhio (gli affreschi, i mosaici e le icone) e, infine, la Parola, ovvero il Dio vivente, che è presente in mezzo al popolo, riunito nel Suo nome, ed è presente anche nell’Eucaristia. L’icona è legata indissolubilmente alla Parola. Il linguaggio simbolico mediante le immagini dell’icona riflette infatti la Sacra Scrittura ed il testo della liturgia, ora completandoli, ora spiegandoli e viceversa. Per comprendere l’icona è necessario conoscere e capire la liturgia in rapporto al tema che l’icona stessa rappresenta. Tale relazione è una condizione indispensabile per la pittura di nuovi soggetti iconografici. All’icona si applicano dei principi per la lettura e la comprensione della Sacra scrittura, sedimentatisi nella Chiesa primitiva. Qui la lettura del testo veniva fatta a diversi livelli. Sant’Agostino li menziona espressamente nel seguente ordine: il livello letterale, quello simbolico, il morale e l’anagogico. Tale principio si addice anche alla lettura dell’icona, intesa come testo visuale. Io mi rifarò a questa ripartizione di Sant’ Agostino nella suddivisione in quattro livelli che sto per proporre.


Al primo livello avviene la conoscenza del tema iconografico: chi o che cosa viene rappresentato, la corrispondenza piena del tema al testo biblico o alla vita di un santo, alla preghiera liturgica, ecc. Al livello nominale per alcuni inizia e si conclude la conoscenza dell’icona.


Al secondo livello è riconducibile la spiegazione del significato dell’immagine iconografica, del simbolo e del segno (importante qui è come si rappresentano il colore, la luce, il gesto, lo spazio, il tempo, i dettagli, ecc.). Il secondo livello richiede preparazione ed una più profonda lettura teologica.


Al terzo livello si colloca il legame che unisce la raffigurazione con colui che la osserva (il quale si pone le seguenti domande: perché? Cosa vuole dirmi?) Questo livello corrisponde alla vita ascetica e di preghiera del cristiano, nella quale si richiedono non solo degli sforzi intellettuali, ma prima di ogni altra cosa è richiesto un lavoro spirituale, la costruzione dell’uomo interiore. A questo livello ormai non siamo più noi a penetrare l’immagine, ma l’immagine comincia ad agire su di noi. Qui l’icona, intesa come testo, diviene non tanto un veicolo di informazioni, quanto uno stimolatore di informazioni in colui che la contempla.


Al quarto livello si colloca l’anagogia (dal greco “elevazione” e “ascensione”), lo stato della pura contemplazione, il passaggio dall’invisibile al visibile, alla comunione diretta con il Prototipo (a questo livello si dischiude il senso profondo, nel nome del quale esiste l’icona). Il quarto livello è accessibile ai massimi livelli della preghiera. San Gregorio Palamas ritiene che alcune icone siano necessarie ai neofiti, alcune ai laici, altre ai monaci, mentre il vero esicasta contempla Dio al di fuori di qualsiasi immagine visibile. Come vediamo, prende forma una scala, salendo la quale noi ci avviciniamo al Prototipo, all’Ineffabile, al Dio che è all’origine di tutto.

Tutti questi livelli di lettura, che corrispondono ad una determinata tappa del cammino spirituale, sono importanti per capire l’immagine iconografica. L’icona è una sorta di finestra che introduce nel mondo dello spirito. Essa racchiude un linguaggio particolare, fatto di segni, dove ogni simbolo esprime qualcosa in più di quello che esso rappresenta in sé. La decodifica di questi segni trasmette un messaggio così come avviene in un testo scritto, dove si utilizza un altro sistema di segni: l’alfabeto. L’icona però non è un semplice sistema di segni, ma innazi tutto è un’immagine viva, la cui interpretazione è sempre un fatto individuale che avviene tramite la preghiera. All’uomo di oggi la comprensione dell’icona risulta difficile perché sulla nostra percezione estetica hanno influenzato fortemente il realismo pittorico, la fotografia e il cinema, con la loro totale illusorietà. L’arte dell’icona si contrappone completamente a questo: è
ascetica e totalmente anti illusoria. Purtroppo, bisogna ammettere che la maggior parte degli uomini d’oggi recepisce l’icona sotto il profilo puramente estetico. La loro recezione raramente va oltre il primo livello di lettura, dal quale scaturiscono le conversazioni sullo stile dell’icona di oggi. Per quanto il lato estetico nell’icona sia importante (dal momento che la componente emotiva rientra nel linguaggio simbolico), esso tuttavia è secondario rispetto al contenuto interiore dell’immagine. L’icona ai nostri giorni è a livello di apprendistato, poiché gli iconografi non hanno imparato a capire e a comporre nella lingua dell’icona. L’iconografia oggi quindi può essere davvero buona se segue con precisione i modelli antichi. Per poter dipingere un’immagine moderna, che non ha precedenti nel passato, e perché essa rimanga fedele ai canoni iconografici, occorre ogni volta studiare a fondo il tema, trovare una moltitudine di modelli affini e così pure reperire passi liturgici che riflettano e dischiudano l’idea di una data immagine.

L’icona è una parte inscindibile della tradizione ortodossa, senza la quale è difficile immaginare il servizio liturgico. Il giorno della solennità dell’Ortodossia, che cade nella prima domenica di Quaresima, sancito nell’843, coincide con la vittoria dei veneratori delle icone contro gli iconoclasti. Questa vittoria corona una serie di concili ecumenici e rappresenta l’apice della produzione dogmatica della Chiesa. L’icona è sempre esistita dai tempi in cui esiste la Chiesa ed esisterà sempre finché ci sarà la Chiesa di Cristo. Nel cammino storico dell’icona si distinguono due fasi: quello dello sviluppo e dell’interpretazione dell’immagine, culmine della perfetta armonia, e quello della decadenza fino al completo oblio. La riscoperta dell’icona alla soglia del XX sec. ha inaugurato una nuova tappa nella realizzazione dell’icona stessa. Grazie al
lavoro di molti restauratori e ricercatori, il rapporto con l’icona è mutato radicalmente ed essa è rientrata nel mondo dopo un oblio secolare. Questo fenomeno è come una nuova nascita, il cui impatto sull’uomo di oggi non è stato ancora valutato pienamente. L’uomo di oggi, che vive in un mondo stracolmo di informazioni, è in disarmonia con se stesso, con quanto lo circonda, con Dio, e necessita di una guarigione. Il verbo russo “изцелить” (guarire) ha in comune con l’aggettivo “цельнить” (integro) la radice “цел-”, che ritroviamo nel sostantivo “целое“ (tutto). “Guarire” pertanto significa ritrovare l’unità e ripristinare l’integrità. Questa unità è l’immagine di Dio nell’uomo, che è alla base della nostra autentica esistenza. È evidente che l’esigenza interiore dell’uomo d’oggi di vivere in armonia con se stesso e con Dio, inconsapevolmente attiri verso l’icona, vista come immagine di Dio che vive in ognuno di noi. Il ruolo dell’icona nel mondo odierno cresce di importanza sotto gli occhi di tutti: il mondo di oggi necessita di un’Immagine. Il valore della riscoperta dell’icona all’interno della Chiesa non è stato ancora pienamente compreso. Questo è un lavoro che attende di essere svolto in un prossimo futuro. Già ora l’icona contribuisce alla costruzione e alla realizzazione di una sola Chiesa. Essa assolve la funzione importante del dialogo interconfessionale, possedendo quel linguaggio che può essere compreso dai credenti di tutte le confessioni. L’icona infatti si basa sulla Parola di Dio, è Cristocentrica e per questo esprime dei principi che sono patrimonio di tutti i cristiani.

Per la Chiesa cattolica non è difficile ritornare all’icona, dal momento che fanno parte della tradizione occidentale sia la pittura che la venerazione dell’icona. In particolare, gli ortodossi e i cattolici venerano le icone antiche della “Passione”, “la Madonna di Chestokowa”, “La Madonna Ostrobramskaja” ed altre. Un paradosso del mondo di oggi è dato dal fatto che il mondo protestante comincia ad interessarsi delle icone. Sulla via che porta alla realizzazione di un’icona moderna c’è ancora molta strada da percorrere. L’iconografia di oggi deve risolvere molte questioni complesse. Il suo linguaggio inoltre necessita si un ulteriore approfondimento. Ecco cosa dice dell’icona un asceta del XX sec., il patriarca Atenagora: “Noi non possiamo immaginare la Chiesa senza l’icona. ‘Chi ha visto me ha visto anche il Padre - dice Cristo. Dio infatti si è fatto conoscere nella carne. Egli mi ha salvato mediante la materia ed ora la materia può esprimere la presenza di Dio, che si è fatto uomo, e la presenza di uomini di Dio. L’icona è la vera teologia, è la bellezza, prima di ogni altra cosa la bellezza… Chi è il santo? Non un uomo veramente bello che possiede la bellezza effimera della giovinezza, ma un uomo che possiede l’unica ed eterna bellezza, che scaturisce dal cuore, qualora questo cuore sia divenuto uno specchio fedele del Risorto… La questione dell’icona moderna è come quella del pensiero dei Padri. Pur rimanendo fedeli in modo integro alla Tradizione e ai canoni basilari dell’arte sacra, bisogna cercare di creare. Diversamente noi produciamo una pia archeologia. Il flusso possente di vita della Tradizione deve accogliere in sé le ricerche del nostro tempo, illuminare la vita in tutti i suoi aspetti…” (O. Clement, Besedy s patriarchom Afinagorom (Conversazioni con il patriarca Atenagora), Bruxelles 1993). L’icona di oggi si trova ancora nella fase dell’apprendistato e della ricerca. Non vi è dubbio che nessuna vera creazione è possibile senza l’acquisizione dell’eredità e di tutte le sottigliezze del linguaggio e della tecnica. È difficile per l’iconografo di oggi superare non solo “l’individualismo”, ma anche la mancanza di personalità, alla quale non può sopperire un ossequio esteriore dei modelli, privo di penetrazione nelle “profondità di Dio” (Cor. 1 2, 10). Seguire i modelli è indispensabile, anche se ciò non può sostituire una creazione viva. All’iconografo, come del resto ad una qualsiasi altra persona, non occorrono degli schemi, bensì la possibilità di sviluppare la propria personalità nella Chiesa. L’iconografo non deve “sopprimere”, bensì rendere più ecclesiale la propria personalità. Allora nella sua creatività, anche se non subito, si manifesterà “la vita che vive”, il respiro dello Spirito Santo che si percepisce nei lavori dei grandi iconografi. Di fatto il desiderio di stilizzazione della vita spirituale coesiste con i tentativi di rinverdire le tradizioni medievali. Esiste altresì una mancanza di tolleranza verso la diversità di pensiero all’interno della Chiesa. La rinascita dell’iconografia assume quindi la piega della stilizzazione. È maturato il bisogno di un profondo ripensamento del ruolo della personalità dell’iconografo e della creatività nella Chiesa. Per essere vera, viva, l’icona moderna deve cambiare. I cambiamenti non riguardano lo stile esteriore, bensì la preghiera interiore, la riflessione viva e teologica. L’icona deve riflettere il testo della liturgia di oggi e dischiuderne il significato mediante un linguaggio figurato. Con ciò essa deve - ed è una condizione ineludibile - corrispondere pienamente alla tradizione iconografica precedente, corrisponderle sia internamente che esteriormente. Deve altresì essere cattolica (sobornaja) nell’autentico senso della parola.
Aleksandr Stal’nov


BIBLIOGRAFIA
I.K. Jazykova, La teologia dell’icona,...
A. Kopirovskij, L’iconografo: individualità e personalità.

 
 
 
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Ultimo aggiornamento: 12 Gennaio 2008
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